caligula

Incesto, orge e delitti. Caligola

«Attraverso Caligola, per la prima volta nella storia, la poesia provoca l’azione e il sogno la realizza. Lui fa ciò che sogna di fare. Lui trasforma la sua filosofia in cadaveri. Voi dite che è un anarchico. Lui crede di essere un artista. […] Finché Caligola è vivo, io sono alla completa mercé del caso e dell’assurdo, cioè della poesia.»
(Albert Camus, Caligola, 1941)

Nonostante la produzione risalga a fine anni settanta e l’ambientazione al 40 d.C, Caligola si presenta come un film atemporale, universale, profetico e perciò sempre attuale. Dal ritratto truce della corte romana dai costumi dissoluti e sfrenati, appare l’esasperata caricatura del potere. Una satira politica ante tempore, dove la fame di dominio e il conseguente delirio di onnipotenza sono brutalmente, ma efficacemente, rappresentati. La brama di assoluto diventa presto, una volta raggiunto, un bisogno insaziabile, un’esigenza. Caligola si presenta inizialmente come un giovanotto, sì un po’ bizzarro, eccentrico, ma tutto sommato innocuo, con il solo vizio di amare – e non soltanto “spiritualmente”– la bella sorella Drusilla. Ma una volta al vertice, iniziano i guai.

Caligola (Malcolm McDowell)

È pura follia quella che balena negli occhi del protagonista, Malcom Mc Dowell, lo stesso lampo di delirio che ci accompagna in Arancia meccanica, sintomo della crescente ebrezza del potere assoluto. L’ascesa di Caligola diventa presto un’infinita discesa: più sale in alto e ottiene potere, più tende verso il basso, in preda a una cieca cupidigia dell’abietto. È affamato di sesso, di sangue e insieme ossessionato dalla morte, presenza fantasma che aleggia per tutto il film. La paura è compagna fedele dell’imperatore, che egli cerca di esorcizzare in ogni modo, con buffe danze apotropaiche, orge e rappresentazioni teatrali, senza però riuscire a sfuggirvi.

Agrippina (Lori Wagner) e Messalina (Anneka Di Lorenzo)

Tutto il regno di Caligola diventa una farsa, in stampo Satyricon-felliniano – non a caso lo scenografo è il medesimo, Danilo Donati – un incubo beffardo di cui egli è l’autore e il protagonista e gli altri sono solo personaggi-funzioni, apparenze demoniache. Caligola vuole essere un dio e decide di costruirsi il proprio Olimpo, un Olimpo infernale in cui le uniche leggi sono eccesso e amoralità. Nella sua ascesa-discesa verso gli Inferi il re coinvolge tutti i personaggi e lo spettatore. Tra le tante vittime innocenti, uccise per il puro brivido di onnipotenza, egli manderà a morte l’amico più fidato, Macro, e poi Gemello, fanciullo puro e innocente, per la sola colpa di non avere colpa. 

I suoi stravizi sessuali cresceranno in linea con la parabola della sua follia e potere. Incestuoso, non potendo sposare la sorella Drusilla, si accoppia con «la donna più dissoluta di Roma», Cesonia, amante della lussuria e della sfrenatezza. Ma l’unione matrimoniale diventa presto un menage a troi e Caligola “condiviso” tra le due donne.
Il culmine verrà raggiunto in quell’orgia immensa, «distruzione dell’urbe», dove il palcoscenico teatrale si trasforma in un set a luci rosse, che riassume le più fantasiose categorie in voga nella pornografia contemporanea (dalla fellatio e cunnilingus a rapporti lesbo e pratiche BDSM).

NOTA.
Questa recensione fa riferimento alla versione integrale (154 minuti) di Caligola di Tinto Brass (1979), successivamente rielaborata da Bob Guccione e Giancarlo Lui, con l’aggiunta di scene pornografiche ad hoc. Sono state prodotte varie versioni del film, tra cui Io, Caligola, realizzata nel 1984 da Rossellini, contenete materiale inedito.

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